Cara SIAE, ti rispondo
“altrimenti il vostro sito rimane oscurato.” hai vinto catastroficamente bene.La SIAE, in congiunzione con Confindustria Cultura Italia (what is this I don’t even), pubblica 10 domande e un appello a favore del provvedimento AGCOM. Di seguito le domande, alle quali mi son provato brevemente di rispondere.
1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?
Certo che deve essere remunerato, ma con regole e modalità nuove.
2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?
(ehi, queste son due domande!) Prima domanda: Perché il provvedimento AGCOM potrebbe colpire un bene - anzi, un diritto - più grande della proprietà intellettuale così come è configurata ora. I danni provocati dal provvedimento sono maggiori rispetto a quelli che si propone di sanare, di conseguenza ci si concentra su questo. Seconda domanda: perché non si possono sommare due mele e due pere? (cioè, le si possono pure sommare, ma restano comunque due mele e due pere; l’illegalità resta tale, così come resta tale il rischio concreto di censura a siti che di illegale non hanno nulla).
3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?
Oh, a parte tutto un discorso sul “ma invece di colpire e colpire e colpire e chiudere e manganellare e fare il vocione e impedire l’accesso, perché non sfruttiamo queste situazioni in altra maniera che non sia quella semplicemente repressiva?” (ah, già, bisognerebbe ripensare tutto l’ambaradan, mentre qui si ha a cuore lo status quo), infatti mica risulta illegale colpire chi fa qualcosa di illegale. È però ingiusto (visto che la mettiamo sul questo piano) che ci possano andare di mezzo tutti gli altri che di illegale non fanno niente.
4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?
I contenuti chi li fornisce? (lo so, non si fa, rispondere con una domanda a una domanda, ma pure loro, è già la seconda volta in quattro punti che mettono due domande totalmente differenti insieme)
5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?
Questa la so! Perché se io pago un medico, un ingegnere, un avvocato, un meccanico, un idraulico - un qualsiasi professionista che mi svolga un lavoro o mi esegua un servizio, ecco, i soldi li consegno direttamente a quel professionista. Se io compro un cd o un cellulare o una chiavetta usb, e ci metto sopra l’ultimo dei Banco di Mutuo Soccorso, i soldi vanno a Ligabue (o a Vasco, o a Laura Pausini, o etc etc).
6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?
Perché editori in primis, e poi gli autori (ma non facciamo ‘sti giochini stilistici del mettere prima gli autori e poi gli editori, come per instillare l’idea che è l’autore a decidere come disporre della distribuzione commerciale della propria opera (cosa che non è)), ancora vedono e usano internet come un pericolo invece che come una opportunità.
7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?
Già, chiediamocelo. No, davvero.
8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?
Infatti questo tipo di libertà, allo stato attuale delle cose, è molto delimitata. Non esiste un prezzo equo da pagare in felicità per la versione digitiale di molti contenuti (vedasi gli e-book). Quindi prima ridefiniamo i prezzi e le modalità di fruizione, poi parliamo di libertà di scelta.
9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?
Momento momento momento momento. Le risorse necessarie per continuare a lavorare sono sparare ad alzo zero su tutti quei siti in odore di illegalità? Non si tratta invece di ripensare e riprogrammare modi e metodi di distribuzione in accordo con le volontà dei consumatori (e gli strumenti ci sono, e le capacità ci sono)? E quindi di vincere la buona battaglia puntando sui contenuti stessi, piuttosto che sulla loro ferrea vigilanza? (lo so, lo so, altre domande, ma anche loro, eh…)
10.Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?
Perché adesso dovete pagare i diritti a Mark Medoff, e fino ad allora vi oscuriamo il sito. Ah, si tratta di una citazione senza scopo di lucro? Bene, avete due giorni per avvertire un giudice, altrimenti il vostro sito rimane oscurato.